Storia dell'arpa

Luciana Chierici — In ricordo di una grande artista

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La notte del 14 febbraio 2011, a Milano, si spense serenamente la professoressa Luciana Chierici, amata e rispettata da generazioni di arpisti. Era nata a San Secondo Parmense nel 1919.

Il padre, Giulio, fu un celebre oboista; alunno di Aristide Cassinelli ricoperse il ruolo di primo oboe al Teatro “Carlo Felice” di Genova e, successivamente, al Teatro alla Scala.

Luciana e la sorella Claudia (che conseguirà i diplomi di organo, violino, viola e composizione) scelsero giovanissime di ricalcare le orme del padre e, a Genova, Luciana iniziò a studiare arpa con la professoressa  Gandolfi. In casa Chierici il tempo libero era dedicato a fare musica insieme, adattando alla formazione del trio oboe violino/viola e arpa qualunque musica capitasse tra mano: la “Signorina” (così chiamata da sempre da tutti i suoi allievi), attribuì a questa abitudine la sua grande familiarità con ogni tipo di repertorio. Il padre, avvertendo le straordinarie doti musicali della figlia, la presentò a Luigi Maurizio Tedeschi, sotto la cui guida proseguì gli studi sino al diploma che conseguì nel 1940. Al maestro resterà sempre legata da sincero affetto e amicizia, e la disciplina che si impose, unita all’innata musicalità e al profondo senso estetico, le guadagnarono la stima del severo Tedeschi il quale, ancora nei suoi ultimi anni di vita, le indirizzava biglietti e cartoline affettuose.

La sua carriera di concertista iniziò prima ancora di aver conseguito il diploma: nel vivace ambiente musicale genovese i suoi recital e i suoi interventi in concerti lirici erano richiestissimi, e questo in tempi in cui l’arpa non godeva certo di grande popolarità come strumento solista. Alcuni programmi di sala ci testimoniano il repertorio che amava: gli studi da concerto di Albert Zabel, gli Arabeschi di Claude Debussy, opere di Marcel Tournier, molta letteratura clavicembalistica unitamente a diverse opere del ‘600 genovese da lei raccolte e trascritte. Credo sia giusto, oggi , riconoscere in questa sua attenzione per la musica antica uno dei primissimi segnali di interesse della scuola arpistica italiana per il mondo rinascimentale e barocco. Tale predilezione sarà sempre coltivata, tanto che nei primi anni della sua attività didattica redasse due volumi, tutt’oggi inediti, di brani clavicembalistici da lei trascritti per arpa.

Lodata e sostenuta dalla critica, iniziò una carriera internazionale: Stoccolma, Ginevra, Lucerna (dove eseguirà una sua trascrizione del concerto in si b maggiore , op.4 n°13 di Johann Christian Bach). Il 27 maggio 1947 si esibisce come solista al Teatro Regio di Parma, dividendo il palco con Lina Pagliughi e Renata Tebaldi, e sempre in quegli anni riscuote grande successo l’esecuzione in trio (voce solista, oboe ed arpa) di alcune cantate di Johann SebastianBach e la pionieristica formazione di un gruppo cameristico finalizzato alla riscoperta delle liriche trovadoriche e della tradizione musicale in lingua d’oc e d’oil.

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Luciana Chierici durante un concerto agli inizi degli anni ‘40

Nel 1942 entra nell’organico orchestrale del Carlo Felice -posto che manterrà sino alla fine del 1955- guadagnandosi subito la stima e l’ammirazione di colleghi e direttori. Fece notizia l’applauso che il Teatro le tributò alla prima di Lucia di Lammermoor del 1943, al termine della cadenza. L’indomani mattina il Secolo XIX riportava “la levità del tocco e lo squisito senso interpretativo della giovanissima professoressa Luciana Chierici hanno strappato alla sala un particolare applauso”. Dieci anni dopo il severo Francesco Molinari Pradelli, che proprio al Carlo Felice aveva messo in difficoltà più di un’arpista, le testimoniò la sua particolare gratitudine e stima: “Lei possiede un suono morbido, caldo e vibrante; un’arpista musicale e musicista!”.

Nell 1955 viene invitata a suonare al Teatro San Carlo di Napoli dove trascorrerà un anno di lavoro intensissimo contesa per il suo suono pieno e la grande professionalità orchestrale anche dall’Orchestra Scarlatti e dall’Orchestra della Rai. A Napoli, tuttavia, resterà solo fino alla fine del maggio 1956, allorché le venne offerto il posto di prima arpa all’Orchestra della Rai di Milano e, con esso, la possibilità di ricongiungersi alla sua famiglia, ivi residente da quando il padre aveva lasciato Genova per il Teatro alla Scala.

Stabilitasi definitivamente a Milano inizia la fase della sua maturità artistica: sul podio dell’Orchestra in quegli anni si avvicendarono tra gli altri I. Stravinskij, L. Stokowski, H. von Karajan e S. Celibidache il quale aveva nei suoi riguardi una grande ammirazione, tanto da affidarle l’esecuzione dei concerti di Georg Friedrich Haendel, Albert Zabel e Camille Saint-Saens. Sempre attiva in campo cameristico accetterà anche numerose scritture presso il Teatro alla Scala.

In tutti gli anni della sua attività restò sempre fedele alla qualità sonora dell’arpa Erard: “l’arpa perfetta” come sempre ripeteva. Riconosceva e apprezzava il progresso della meccanica delle nuove arpe, ma non lo avrebbe mai scambiato con il suono di un’arpa Erard, sostenuta in questo dall’opinione di Celibidache, il quale non voleva sentirle suonare altro strumento, e anche quando l’Orchestra della Rai acquistò due splendide arpe nuove il maestro, nelle sue produzioni, le faceva sostituire con le ben più affascinanti Erard. La Signorina ne possedeva due che aveva scelto insieme al maestro Tedeschi.

La sua brillante attività artistica terminerà precocemente nel 1976; da pochi mesi aveva iniziato ad avvertire i primissimi sintomi di artrite reumatoide alle mani che la afflissero sino agli ultimi giorni. La sua scelta fu lucida: se non poteva garantire l’altissima professionalità consueta non aveva senso continuare a suonare, e così lasciò il palcoscenico all’apice della carriera. Più volte, ripensando a quella scelta, mi disse che, in fondo, fu semplice (anche se certo non indolore), perché “un vero artista sa che si esce di scena senza aspettare che la gente smetta di applaudire”.

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Le mani della Signorina. Liliana Nocera – 1971

 

Smise di suonare, ma le restò l’altra somma passione della sua esistenza: l’insegnamento. Aveva cominciato ad insegnare nel 1941 ancora giovanissima, appena diplomata, quando accettò la cattedra di arpa del Conservatorio di Genova. La lasciò già nel 1944, oberata dal lavoro artistico. Una nuova occasione le venne offerta nel 1966, quando la Civica Scuola di Musica di Milano aprì proprio per lei la cattedra di arpa. A questa attività si dedicò realmente anima e corpo, consacrando alla formazione dei giovani musicisti tutto il tempo che le restava dall’attività orchestrale. Le sue alunne iniziavano giovanissime lo studio dello strumento e la “Signorina” aveva la capacità di affascinarle, di trovare il giusto registro linguistico, le giuste immagini, restando pur sempre esigentissima nei risultati. Non importa quanto giovane fosse una sua alunna: immancabilmente si diplomava allo scadere del nono anno di corso. Ad esse dedicava davvero tutto il suo tempo: non solo faceva regolarmente lezione a tutti due volte a settimana (il che, fino a pochi anni fa, era la norma), ma le sue lezioni non conoscevano orario. Si iniziava la mattina e si finiva quando si finiva. E se non si finiva c’era la domenica a casa sua, e poi i giorni di festa, in cui, essendoci più tempo libero,  si studiava di più e si faceva lezione (“iniziano le vacanze: mettiti il secchiello al collo come i cavalli, e non ti staccare dall’arpa”). E poi c’erano le vacanze estive: allora dai primi di luglio ai primi di settembre affittava una villa a Soiano del lago -sul lago di Garda- o in altro luogo di semplice villeggiatura e lì trascorreva l’estate con le sue alunne facendo lezione ogni giorno. Il rapporto con i giovani l’aiutò a mantenersi giovane: seppe cambiare le sue posizioni e capire che, nel corso degli anni, cambiava il mondo dei musicisti. Se agli inizi della sua attività didattica non amava che i suoi alunni frequentassero contemporaneamente anche le scuole superiori , seguendo il modello dei suoi tempi, comprese poi che la formazione musicale da sola non era ormai più sufficiente, e quindi,  negli ultimi anni di insegnamento, incoraggiò i suoi studenti a frequentare non solo il Liceo, ma anche l’Università.

Sempre esigentissima aveva però una pazienza infinita. Ancora nei suoi ultimi anni ascoltava i suoi alunni per ore intere: davanti a lei non solo si eseguiva, ma si studiava e lei sapeva dirigere questa ricerca senza mai stancarsi. Seduta di fronte all’arpa (sempre impeccabilmente vestita, pettinata, truccata e con la sigaretta in mano) poteva ripetere il suo “no” per venti volte, ma sempre con lo stesso tono sereno che sembrava dire “cerca ancora, impegnati di più”. E in questo modo non era solo maestra, ma diventava amica, confidente. Sapeva quale pezzo era adatto per ogni suo alunno e per noi la sua intelligenza musicale è sempre rimasta una guida insostituibile. Non possedeva certo gli strumenti filologici di cui disponiamo oggi, ma aveva un intuito musicale spontaneo e un gusto forgiato alla scuola dei grandi direttori d’orchestra che l’avevano diretta. Ancora anziana ragionava di Mozart, Beethoven, Strauss, Prokofiev con una competenza straordinaria e spesso, facendo lezione, faceva notare le somiglianze tra quello che si stava studiando e le pagine dei grandi sinfonisti. Per tutti noi il suo giudizio era essenziale; non era facile ai complimenti, ma faceva osservazioni puntualissime che tracciavano un percorso di lavoro e di ricerca musicale. La frase, il suono, lo stile, questi erano i suoi parametri e la tecnica, il peso del braccio e della mano, l’articolazione, dovevano essere ricalibrati e riconquistati ogni volta.

Decidendo di dedicarsi all’insegnamento aveva ben chiaro il suo scopo. Scelse di dedicarsi ai giovani che intraprendono una carriera faticosa, e lo fece senza risparmiarsi e senza tornaconto. Desidero testimoniare che in tanti anni di lezioni non accettò mai alcun compenso e un giorno mi disse “insegno per insegnare, non per guadagnare; quando potrai permettertelo fa’ lo stesso anche tu”.

Credo che nessuno di noi l’abbia mai considerata una semplice insegnante. Era “La Signorina”, una familiare, un’amica, un giudice severo e onesto, un luminoso esempio di umanità.


Questo articolo é stato pubblicato da
Mara Galassi www.polyhymnion.org/mus/galassi/
Lorenzo Montenz OSB