Interviste
Giovanni Selvaggi
Con grande piacere pubblichiamo questa conversazione con il Maestro Giovanni Selvaggi, arpista, grande cultore del nostro strumento, sostenitore della nostra associazione e attento ricercatore del repertorio arpistico, da sempre immerso nel mondo della musica.

Nato a Torino nel 1967, Giovanni Selvaggi inizia lo studio dell’arpa con Gabriella Bosio nel 1980. Si diploma con Giovanna Verda al Conservatorio Paganini di Genova La Spezia. Ha svolto intensa attività orchestrale nei maggiori enti lirici italiani affiancando l’attività concertistica con particolare attenzione al repertorio cameristico con arpa. Attualmente è docente di arpa al Liceo Leonardo Da Vinci di Alba.
Come e quando nasce la tua passione per la musica, in particolare per l’arpa?
In famiglia abbiamo sempre avuto la passione per la musica lirica e sinfonica. Già da bambino frequentavo il Teatro Regio di Torino. Il primo ricordo risale al 1974: La Fanciulla del West con Placido Domingo e Giselle con Carla Fracci. Ricordo che rimanevo affascinato quando all’inizio dell’opera con il La dell’oboe si accordava l’orchestra; il momento dell’accordatura degli strumenti mi affascinava, tutt’ora l’accordatura dello strumento mi piace molto.
Iniziai presto ad affacciarmi dalla buca dell’orchestra. Ricordo perfettamente che guardavo solo le arpe.. in buca c’erano la Signora Margherita Chiale, che divenne in seguito mia mentore, e la Signora Daniela Vendemmiati. Fui talmente affascinato dall’arpa che mi venne il desiderio di imparare a suonare questo strumento. Ero un ragazzino molto chiuso che raramente esternava i propri desideri e quindi l’avvicinamento allo studio della musica avvenne dapprima col violino e poi con il fagotto.
Ricordo perfettamente le parole del Maestro di violino Ivan Rayover, spalla dell’orchestra del Teatro Regio: ‘nel cuore tu hai un altro strumento’..io ovviamente non dissi che il mio desiderio era l’arpa, memore del fatto che mi fu precisato che l’arpa era uno strumento al femminile.
Quindi un’autentica passione la tua! Come hai affrontato questa idea dello “strumento al femminile”, a mio parere assurda, ma probabilmente diffusa, soprattutto all’epoca. Raccontami la tua prima lezione di arpa e quali sono state le tue impressioni.
Si in effetti una vera vocazione!
Il problema dello strumento al femminile -allora- per me fu un vero problema, in Conservatorio venivo deriso e preso in giro, ammetto che anche più tardi in alcune compagini sinfoniche non sono mancati episodi di derisione, se non peggio.
Ricordo che da ragazzino ammiravo molto Fritz Helmis, prima arpa dei Berliner Philarmonic e Harald Kautzy prima arpa Wiener Philarmonic.
Quando da ragazzino ebbi l’onore di ascoltare dal vivo Nicanor Zabaleta rimasi colpito dalla compostezza ed eleganza di questo signore vicino al suo strumento… ma nonostante tutte queste figure di arpisti uomini la mia quotidianità non fu per nulla facile e oggi, vedendo tanti ragazzi arpisti, sono felice che loro non debbano passare ciò che personalmente ho passato e non nascondo che fui molto sofferente per questa situazione.
L’allora giovanissima Gabriella Bosio volle che prima di iniziare formalmente le lezioni facessi un periodo come uditore. Ricordo perfettamente quando misi piede nella classe di arpa: una bellissima Obermayer dorata era su una pedana, dove si faceva lezione, fui sconvolto da cotanta bellezza. Per mesi ascoltai lezioni, ma non toccai mai l’arpa.
La prima lezione effettiva ebbe luogo il 7 marzo 1980, praticamente avendo osservato per lunghi mesi le altre allieve, così quando misi, credo, qualche dito della mano sinistra sulle corde, fui facilitato. Imparavo molto ascoltando e osservando le lezioni. Essendo piccolo di statura, mi parve che lo strumento pesasse una tonnellata sulla spalla e non era la bellissima Obermayer, ma una Salvi Diana degli anni ’70. La Professoressa Bosio, sebbene molto giovane, aveva già chiare le idee sulla didattica arpistica, era molto severa e in Lei trovai una valida guida.
Che repertorio hai affrontato nella prima parte del tuo percorso di studi e quando è stata la prima volta che hai suonato in pubblico? Come ti sei sentito in quella situazione?
Il percorso affrontato dal primo al quinto anno fu molto denso: penso di aver studiato tutti i Pozzoli semplici, tutti gli studi di Bochsa, tutti i tre volumi dello Schuecker, gli studi melodici di Godefroid, i sei piccoli studi di Posse e molta, molta tecnica Frojo-Salzedo etc.. Dal terzo anno, introduzione ai clavicembalisti con le sonate di Cimarosa e brani simili.
Per quanto riguarda i brani, la Professoressa Bosio mi faceva spaziare dall’antico al moderno già dal primo corso di studi: i pezzi semplici di Damase e Salzedo, poi ricordo una trascrizione di David Watkins sul Cappello a Tre punte di De falla, i pezzi antichi spagnoli trascritti da Nicanor Zabaleta, la Petite Suite di David Watkins e a 17 anni suonavo già il concerto di Haendel in Sì bem nella versione Grandjany!
Il suonare in pubblico lo affrontai da subito nella splendida sala del Conservatorio Verdi di Torino. Ricordo che a quei tempi non avevo paura di suonare in pubblico: il mio carattere molto tranquillo e pacifico mi aiutava a non andare in panico e la presenza della Professoressa mi dava molta sicurezza. Ricordo che ai nostri saggi di classe molte arpiste Torinesi attempate erano presenti in sala. Sempre verso i 17 anni vinsi un premio al concorso nazionale Città di Stresa: in commissione Mirella Vita e Ada Mauri pianista del Teatro alla Scala…ricordo perfettamente che non mi sentii troppo a mio agio e capii che non ero tipo da Concorsi.
Come mai ti sei diplomato a Genova e non a Torino?
Giusta Domanda!
Nel settembre 1984 ebbi una crisi adolescenziale e per inspiegabili ragioni decisi di prendermi una pausa dall’arpa. Ora che ho una piccola esperienza con la didattica mi rendo conto di quanto possa essere critica l’età adolescenziale. Quella che doveva essere una piccola pausa, in realtà durò fino all’anno 1987 circa, anno in cui persi il mio caro papà. Nel frattempo feci il servizio sostitutivo civile che durò circa 18 mesi, al termine del quale andai a vivere a Londra. A Londra lavorai come impiegato presso la biglietteria della Royal Opera House Covent Garden. Fu in quel luogo che trovavo sovente l’arpa Horngacher della prima arpa parcheggiata nei corridoi. Le arpiste stabili erano due: Hilary Wilson e Jeffrey Dyball. A Londra era un pullulare di grandi nomi dell’arpa come Marisa Robles, Ossian Ellis, David Watkins, Sioned Williams e tanti altri. Jeffrey Dyball mi presentò alla nobile rumena Arlette Bezdechi, primo premio al Conservatorio di Parigi nella classe di Pierre Jamet e allieva favorita di Marcel Grandjany. Con lei, misteriosamente, ripresi lo studio dell’arpa sentendo parlare costantemente di Jamet (che incontrai qualche anno dopo) e Grandjany. Mi ricordo che facevamo i raffronti con le diteggiature dei due grandi maestri. Acquistai tutti gli Lps di Marcel Grandjany, che gelosamente conservo, e mi innamorai del tocco del grande Maestro.
Feci molta fatica a riprendere lo studio l’arpa. Di ritorno in Italia purtroppo non riuscii più a instaurare un buon rapporto con la Professoressa Bosio e mi vidi costretto ad ‘emigrare’ al Conservatorio Paganini di Genova/La Spezia nella classe della Professoressa Giovanna Verda, dove fui ammesso al 5 anno del vecchio ordinamento. Seguirono 4 lunghi anni di viaggi e fatiche per arrivare al diploma. In questa fase di vita mi sentivo come esiliato, ma dovetti accettare, mio malgrado, questa nuova dimensione. Soltanto la cara amica e compagna di scuola Fernanda Saravalli mi fu vicino in quel percorso e lei stessa fu allieva della Professoressa Verda, quando l’arpista genovese fu insegnante al Conservatorio di Torino.
Molto interessante, in particolare la tua esperienza musicale durante il periodo londinese. Dopo il diploma sei rimasto in Italia? Come ti sei sentito di fronte alle opportunità di esprimere le tue competenze musicali?
Dopo il diploma ho proseguito gli studi con Mimma Oliva De Poli, prima arpa del Teatro alla Scala, poi vinsi l’audizione per l’orchestra giovanile del Mediterraneo. A Milano iniziai subito a collaborare con tante realtà musicali milanesi: gli ensemble Mozart e Milano, i Giovani Cameristi Italiani con i quali eseguii Introduzione et allegro di Ravel in una bellissima chiesa in centro Milano, Bilitis di Debussy e tante composizioni con arpa. Per puro caso iniziai le collaborazioni orchestrali, e proprio nel campo orchestrale e cameristico trovai la mia strada abbandonando il solismo puro e non pensando minimamente all’insegnamento.
Al Teatro Regio di Torino feci bellissime esperienze sia da prima arpa che da seconda.
In particolare ricordo una sostituzione come prima arpa nell’opera Sogno di una notte di mezza estate di Britten sotto la bacchetta del direttore americano John Mauceri, allievo prediletto di Leonard Bernstein.
Alla Rai di Torino feci da seconda arpa accanto alla Professoressa Isabella Fassino e anche al Teatro Bellini di Catania collaborai come seconda e prima arpa. Occasionalmente tutt’ora collaboro con l’ente Catanese.
Un bellissimo ricordo che desidero condividere sono i Sette peccati capitali di Kurt Weill con la celebre Milva, eseguiti nella sala del Conservatorio di Torino e al Teatro Regio di Torino.
Nel mio piccolo la lista potrebbe essere lunga ma qui mi fermo…
Ho conosciuto Mimma Oliva, veniva come commissaria esterna quando insegnavo al Conservatorio di Como. Ci siamo anche scritte, mandandoci le fotografie dei nostri gatti e le nostre registrazioni, era una persona di animo gentile. Hai avuto delle belle esperienze musicali, ora ti chiedo di condividere le tue idee sulla didattica dell’arpa, so che possiedi una biblioteca molto fornita…
Ho svolto da sempre ricerche nel repertorio arpistico. Ho una biblioteca che comprende quasi 5000 ‘titoli’: composizioni per arpa sola, in formazione cameristica, studi, metodi ed esercizi. Mi è sempre piaciuto poter avere edizioni storiche. La mia biblioteca è anche ricca di Lps da Salzedo a Grandjany, alla Reniè e via discorrendo. Con la didattica ho avuto un rapporto particolare: per molti anni sono andato in commissione agli esami di vecchio ordinamento in vari Conservatori italiani : Messina, Catania, Napoli, Trapani, Sassari, Como, Milano, Firenze, Cuneo. Ho sempre osservato e ascoltato le varie scuole cercando di apprendere il più possibile e classi meravigliose che ho avuto l’onore di poter ascoltare .
L’insegnamento nello specifico è iniziato al Civico Istituto Corelli dí Pinerolo, al Civico Istituto di Boves, dove fui anche direttore, alla Scuola intercomunale della Val Pellice, al Civico Istituto musicale città di Alba e ora Liceo Da Vinci di Alba.
Il didatta che più mi ha colpito è stato Pierre Jamet, vuoi perché massimo esponente della scuola francese, ma anche per l’approccio psicologico. Lui sapeva guardare in fondo allo/a studente, capiva le necessità sia tecniche che psicologiche.
Io nel mio piccolo cerco di capire la figura dell’allieva/o nella sua totalità e cerco sempre di avere una comunicazione reciproca chiara e trasparente. Cerco di incentivare il percorso di studio con la preparazione agli esami abrsm ad esempio, oppure preparando per un eventuale percorso in Conservatorio. Ho sempre avuto “un debole” per la tecnica che cerco sempre di curare al massimo tramite gli esercizi del Frojo o di Salzedo. Oltre agli studi e ai pezzi cerco sempre di includere brani di musica da camera in quanto per me è sempre stato importante saper suonare con gli altri. Nella repertorio didattico ci sono composizioni che possono essere eseguite sia come solista che con accompagnamento di “ensemble didattico”, nella fattispecie della McDonald e Linda Wood, ad esempio.
Non dimenticherò mai la preparazione di un diploma del vecchio ordinamento da privatista di un’allieva adulta, avanti negli anni. Fu un periodo di lunghe lezioni, di lungo lavoro che mi portò a ragionare come docente in un modo completamente diverso. Cercai con tutte le mie capacità di seguire la signora in questione in ogni sua necessità, cercando di trovare le migliori soluzioni tecniche e musicali, adatte al percorso di apprendimento di una persona adulta. Quando arrivammo al traguardo fu davvero una grande emozione per me come docente, ma soprattutto per la candidata che riuscì a coronare il sogno di una vita conseguendo il diploma in arpa.
Per concludere, ti chiedo un consiglio per i giovani studenti di arpa.
Oggi per i giovani ci sono sicuramente molte opportunità, anche se l’Italia, terra dell’opera lirica, dovrebbe incentivare e ampliare le fondazioni lirico-sinfoniche assumendo giovani musicisti in pianta stabile. Un teatro lirico ha bisogno di due arpe stabili e, ahimè, alcuni grandi teatri non hanno l’arpa in organico.
Però i giovani ora possono studiare in ottimi conservatori e accademie, possono viaggiare nel mondo per perfezionarsi.
Io da ragazzo avevo l’idea di andare a studiare nella ex DDR con Jutta Zoff, arpista dell’orchestra di Lipsia e in più avevo una grande passione per la Repubblica Democratica tedesca, ma non fu possibile, tuttavia le esperienze all’estero continuarono: per un breve periodo studiai con Pierre Jamet e con David Watkins..
Quindi ai giovani consiglio di viaggiare e conoscere, ma avendo sempre come riferimento il/la propria insegnante, perché costruire una quotidianità, una regolarità di apprendimento con l’insegnante di riferimento è di basilare importanza nella formazione di un giovane strumentista. Ricordo perfettamente la Signora Chiale, già prima arpa del Regio di Torino, che regolarmente andava a fare visita alla sua insegnante, ormai anziana: la gloriosa arpista Amedea Redditi Tapella che formò schiere di arpiste al Conservatorio di Torino. Ricordo lunghi pomeriggi nella casa di Zumaglia a Biella, dove la Signora Redditi dispensava ancora consigli su diteggiature, passi e quant’altro e tutti si ascoltava in religioso silenzio. Quando frequentavo la casa della Signora Redditi avrò avuto 14 anni circa e la Signora regolarmente si sedeva alla sua Erard e suonava i pezzi del suo insegnante Marcel Tournier. Io mi facevo sempre raccontare aneddoti sulla vita musicale del Regio di Torino e sempre mi colpiva la sua testimonianza dell’incendio del vecchio Regio dove loro persero le 2 arpe. Ovviamente Le chiedevo di raccontarmi del suo Maestro Marcel Tournier, delle sue esperienze con Toscanini, ma anche di quando nella seconda guerra mondiale emigrò in Brasile.
Anche con il Maestro Pierre Jamet, oltre a fare lezione si parlava di tutto e certo che quando parlava di Claude Debussy, rimanevo in adorazione… quando lui (Jamet) eseguì sull’ arpa a doppio movimento la trio sonata e quando, direttamente da Debussy, ebbe consigli su come eseguire alcuni passaggi. In tal modo, Debussy preferì la sua trio sonata sull’ arpa a doppio movimento, anziché sull’arpa cromatica.
… ecco da giovane ero assetato di queste testimonianze.. peccato che non sempre, ora, ricordo tutto, forse la memoria inizia a cedere un poco.
La tua è una testimonianza preziosa. Ti ringrazio di questo nostro incontro che aspettavo da tempo e sono sicura sarà di grande interesse per i nostri amici del mondo dell’arpa!
(Emanuela Degli Esposti)

Giovanni Selvaggi con Viktor Salvi
